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Posts Taggati ‘pittura’

“Da Hayez a Boldini”, le molte anime dell’Ottocento, Palazzo Martinengo, Brescia

Written by infomuseum. Posted in Notizie & Eventi

(21 gennaio – 11 giugno 2017)

Federico Faruffini, Toilette antica, olio su tela, 40x51cm; collezione privata

La mostra celebra l’arte italiana del XIX secolo e i suoi maggiori esponenti delle correnti artistiche che caratterizzarono questo periodo, gli artisti del Neoclassicismo, del Romanticismo, della Scapigliatura, dei Macchiaioli e del Divisionismo, sono riuniti con le loro opere in un percorso espositivo che ha il suo inizio con una delle opere più celebri del Canova ovvero “Amore e Psiche” circondata dalle tele di Andrea Appiani favorito di Napoleone. Nelle sale dedicate al Romanticismo si può ammirare la “Maria Stuarda sale al patibolo” di Francesco Hayez e i capolavori di Giuseppe Molteni, Enrico Scuri, Giacomo Trecourt, Carlo Arienti e Giuseppe Carnovali detto il Piccio che anticipa nei segni la sala della Scapigliatura che custodisce le tele di Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni e Mosè Bianchi. Le altre sezioni dell’esposizione porranno l’accento sugli artisti italiani influenzati dall’Impressionismo francese e dal Divisionismo che trova la massima forza nelle opere di Segantini. La mostra si conclude con una sezione dedicata alla Belle Epoque ai caffè, ai boulevard parigini e al clima culturale della capitale francese dove vi soggiornarono numerosi artisti italiani, come De Nittis, Boldini e Federico Zandomeneghi.

Link Ufficiali:

Palazzo Martinengo di Brescia

Cultura Italia

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“La Collezione Gelman: arte messicana del XX secolo”, Palazzo Albergati, Bologna

Written by infomuseum. Posted in Notizie & Eventi

(19 novembre 2016 – 26 marzo 2017)

Frida Kahlo
L’amoroso abbraccio dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949, The Jacques and Natasha Gelman Collection of 20th Century Mexican Art and The Vergel Foundation, Cuernavaca © Banco de México Diego Rivera Frida Kahlo Museums Trust, México D.F. by SIAE 2016

Il 19 novembre è stata inaugurata a Bologna nel bellissimo Palazzo Albergati una grande mostra dedicata all’arte messicana del XX secolo.  Le opere in esposizione provengono dalla Collezione Gelman, proprietà dei coniugi russi Jacques Gelman e Natasha Zahalkaha, una famiglia di collezionisti russi che ha raccolto negli anni dipinti, foto, abiti, gioielli, collages, litografie dei più grandi artisti dell’arte messicana. Tra quelli in mostra vi sono presenti: Frida Kahlo, Diego Rivera, Maria Izquirdo, David Siqueiros, Rufino Tamayo e Angel Zarraga. Nel comunicato stampa si legge che parte dei ricavati dell’evento saranno devoluti ai paesi colpiti del sisma.

Link ufficiale:

Palazzo Albergati – Bologna

 

 

 

 

 

 

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Pompei, (Napoli, Campania)

Written by infomuseum. Posted in Articoli Reportage

Pompei, (Napoli, Campania).

visitata nell’aprile del 2016

Era da molto tempo che cercavamo di programmare un ritorno nella spettacolare area archeologica della città di Pompei e finalmente ci siamo ritornati. Negli ultimi decenni dopo diversi crolli Pompei è ritornata all’attenzione dei media ed oggi è oggetto di una nuova politica di risanamento e riscoperta, ed infetti qualcosa è cambiato o meglio sta cambiando. Il nostro reportage parte dall’esigenza di raccontare e documentare l’arte e l’architettura della Pompei romana tragicamente scomparsa con l’eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.c.  Ricordi dell’adolescenza ci riportano indietro nel tempo, di vent’anni almeno, quando da ragazzino passeggiavo per gli scavi passando delle bellissime domeniche estive, esplorando liberamente la città con mio padre, oggi invece la visita a Pompei è praticamente obbligata in un percorso principale, molte strade chiuse, tanti gli edifici non accessibili fanno si che le persone si concentrino sui pochi noti siti, i soliti, quelli più gettonati dalle guide turistiche.

Partiamo da Napoli nelle prime ore del giorno e con la circumvesuviana comodamente scendiamo alla fermata “Villa dei Misteri” ed eccitati come non mai ci addentriamo in questo spettacolo imperdibile per uno storico dell’arte.

L’accesso occidentale alla città di Pompei avveniva dalla porta occidentale, ovvero “Porta Marina” la cui strada conduceva verso il mare, costruita nel 80 a.c. nell’epoca sillana utilizzando malta e pietra. Era delle sette porte cittadine la più maestosa, composta da due fornici quello più grande utilizzato per il passaggio dei carri e l’altro dalle dimensioni più ridotte per i pedoni. La porta era collegata alla “Cinta muraria” ancora visibile costruita a partire del VI sec. a.c. e lunga più di 3200 metri e dotata di dodici torri da guardia.

Le “Terme suburbane” si trovano a lato di “Porta Marina” e a ridosso delle mure cittadine, avendo queste perse d’importanza difensiva con l’entrata di Pompei sotto il dominio romano. Al contrario delle “Terme Stabiane” che erano pubbliche, le “Terme Suburbane” erano ad uso privato, al piano inferiore si trovavano gli ambienti termali mentre dai ritrovamenti di pittura a soggetto erotico si suppone che al piano superiore si svolgesse illegalmente la prostituzione.

Ci lasciamo trascinare dal fiume di turisti diretto verso il “Foro”, ma attenzione alla nostra sinistra, un piccolo ingresso laterale ci porta all’interno della “Basilica” edificio in cui si amministrava la giustizia. Le colonne che dividono in tre corridoi la navata dovevano essere altissime a giudicare dalle dimensione della base. I capitelli erano di ordine ionico e al suo interno era posizionata una statua equestre mentre le pareti erano decorati con pregevoli stucchi che simulavano un rivestimento marmoreo. La tribuna era il luogo dove sedevano i magistrati durante i processi ed attualmete è uno degli edifici più antichi del mondo romano, le sue origini risalgono agli anni tra il 130 e il 120 a.c. e venne scavata durante i primi anni del Novecento.

Ed ecco che si apre dinanzi ai nostri occhi quello che una volta era il centro commerciale e sociale dell’antica Pompei, il “Foro Civile”. I principali edifici pubblici lo circondano sui lati insieme al mercato e ai templi religiosi, nel corso dei secoli è stato più volte modificato, prima dell’eruzione era circondato da un portico coperto in asse con il Tempio di Giove e il Vesuvio. La pavimentazione ultima era stata realizzata in travertino e i ritrovamenti di alcuni fori su alcune lastre portano ad ipotizzare che si trovasse una scritta in metallo già derubata in epoca antica.

L’enorme cornice di marmo decorata con foglie d’acanto e animali che si affaccia sul Foro è stata collocata erroneamente dinanzi all’entrata del “Portico della Concordia”, mentre essa in realtà decorava l’accesso al “Tempio del Genius Augusti” eretto per volere della sacerdotessa di Cerere e del Genio di Augusto.

Sul lato occidentale del “Foro” si trovava il mercato della frutta e verdura “Mercato Olitorio”, oggi quest’area ospita alcuni reperti archeologici raccolti a partire della fine dell’Ottocento, alcuni indizzi portano all’ipotesi che l’edificio risultasse ancora incompleto al momento dell’eruzione.

Ai lati del “Tempio di Giove” si trovavano due “Archi Onorari” costruiti in laterizio e decorati con marmo, quello sul lato occidentale era dedicato a Druso figlio di Tiberio, sappiamo che venne gravemente danneggiato durante il terremoto del 62 d.c. mentre l’arco sul lato orientale era probabilmente dedicato all’imperatore Caligola.

A Pompei sono stati ritrovati molti centri termali, questo la dice lunga sullo stile di vita dei romani e dei pompeani in particolare. Situate alle spalle del “Tempio di Giove”  le “Terme del Foro” erano un edificio pubblico che si componeva di due aree separate quella femminile e quella maschile. Quest’ultima si componeva dell’apodyterium (spogliatoio) usato come tepidarium (bagno di media temperatura), del frigidarium (bagno freddo) e del calidarium (bagno caldo). Anch’esso come molti edifici della città venne ristrutturato dopo il violento terremoto del 62 d.c. Particolare attenzione meritano le nicchie porta oggetti decorati con bellissimi telamoni e gli stucchi della volta, che nel calidarium hanno un andamento lineare che permetteva al sudore di non sgoccialore sulle teste dei presenti, ma facilitavano lo scivolare del liquido sui lati delle pareti e poi sul pavimento. Il ritrovamento di centinaia di lucerne porta all’ipotesi che le terme fossero anche aperte la sera.

Lasciamo l’area del “Foro” e proseguiamo lungo “Via dell’Abbondanza”  una delle arterie principali del traffico pompeiano che porta fino all’ “Anfiteatro” e quindi a “Porta Sarno” e alla sua necropoli. Ma prima dobbiamo necessariamente visitare l’area del “Foro Triangolare” che sorgeva presso la foce del fiume Sarno. In questa area sorgeva uno dei templi più antichi di Pompei ovvero il “Tempio dorico di Atena ed Eracle” (VI sec. a.c.) e il “Tholos”, un edificio circolare colonnato con al centro un pozzo.

Dall’area sacra scendiamo con una comodissima scala verso il “Quadriportico dei Teatri” o “Caserma dei Gladiatori”, il portico costituito da 74 colonne doriche accoglieva gli spettatori negli intervalli degli eventi teatrali.

Stupisce ancora l’ottimo stato di conservazione delle gradinate del “Teatro Grande”. L’edificio costruito nella seconda metà del II secolo a.c. e sfrutta la naturale pendenza del terreno, restaurato in età augustea si compone di tre gradinate divise in cinque settori, ed era dotato di un velarium per i giorni estivi e di posti numerati.

Il “Teatro piccolo” o Odeion viene costruito per volere di due magistrati Marcus Porcius e Caius Quinctius Valgus gli stessi che faranno erigere l’ “Anfiteatro”. L’edificio decorato con marmi policromi presenta anche due telamoni che sorreggono le gradinate, inoltre era coperto da un tetto e ospitava spettacoli di mimo e musicali.

Lasciamo i teatri e ci ritroviamo in “Via Stabiana” dove fotografiamo “Porta di Stabia” e le numerose botteghe alimentari che vendevano i loro prodotti agli spettatori. Queste botteghe si chiamavano “Thermopolium” e a Pompei ne sono state scoperte 89, in questi locali si potevano consumare cibi caldi e altri prodotti, i clienti erano per lo piu schiavi o appartenenti ai ceti bassi dato che nelle loro case non c’era la cucina al contrario dei ceti più ricchi.

Ormai la stanchezza comincia a farsi sentire e anche un leggero appetito, così facciamo una breve pausa alla “Casina dell’Aquila” dove si può ammirare una bellissima vista panoramica su tutta l’area archeologica e ritorniamo al “Foro” dove approfittiamo dell’unico punto di ristoro all’interno dell’area archeologica ovviamente affollatissimo, molto salato nei prezzi e con inevitabili problemi dei rifiuti.

Dopo di che riprendiamo il nostro reportage e percorriamo “Via delle Terme” per dirigerci verso “Porta Ercolano” e visitare “Villa dei Misteri”. Lungo il percorso troviamo il famosissimo mosaico posto all’ingresso della “Casa del Poeta tragico” raffigurante un cane al guinzaglio con l’iscrizione “Cave Canem” ovvero “attenti al cane”. La casa si componeva di un atrio centrale decorato con raffinati mosaici tra cui la raffigurazione di attori che si preparano per lo spettacolo, da qui il nome dato all’edificio, che fù scavato tra il 1824 e 1825 quando si riportarono alla luce anche il dipinto raffigurante la “Vendita degli amorini” che divenne molto popolare all’epoca.

Proseguiamo per “Via Consolare” dove si trova la “Casa del Forno” costruita a partire del II sec. a.c. trasformata dopo il terremoto del 72 d.c. in un forno. In tutta Pompei si contano circa 30 panifici ciò indica che l’attività doveva essere molto conveniente, in quello che una volta era il peristilio furono poste quattro macine che venivano messe in movimento dagli schiavi o dagli asini, infatti nel retro della bottega fù rinvenuto uno intero scheletro.

La costruzione di “Porta Ercolano” si distingue dalle altre per il semplice motivo che essendo costruita dopo la conquista romana non presenta elementi difensivi, la sua Necropoli utilizzata già dal I sec. a.c. conserva alcune tombe monumentali tra cui una “Schola” ovvero tombe con un sedile semicircolare in tufo dedicate dalla città ai cittadini più celebri.

Non c’è meta più ambita di un visitatore di Pompei che non sia la splendida “Villa dei Misteri”, l’edificio risale al II secolo a.c. ma fù rimodellato tra gli anni 80 e 70 a.c. E’ conosciuta in tutto il mondo per le pitture della “Sala dei Misteri” dove è dipinto un emblematico ciclo murale raffigurante un rito misterico legato al culto dionisiaco. In altri ambienti si scorgono bellissime pitture in stile egizio dove è possibile ancora ammirarne le porte e le finistre lignee, un’altra parte della casa era destinata alla produzione e vendita del vino. Inutile descrivere lo stupore dinanzi alla padronanza dei volumi plastici, dei chiaroscuri che gli artisti antichi dimostrano di conoscere anticipando quello che molti secoli dopo chiameremo in Europa Rinascimento, purtroppo non essendo possibile entrare nella stanza si può solo ammirare in parte attraverso due aperture.

A questo punto siamo a metà della nostra visita e ci diregiamo dall’altra parte della città, questa volta la nostra meta finale è il Regio II dove si trova l’ “Anfiteatro”.

Evitiamo di passare dal “Foro” e percorriamo “Via della Fortuna” senza non visitare la casa più grande di tutta Pompei, ovvero la “Casa del Fauno” con i suoi 3000 mq circa di spazio. Costruita a partir del II sec. a.c. Al suo ingresso dava il benvenuto ai visitatori il mosaico con la scritta “Have” e si veniva introdotti in due atrii e due peristili intorno a cui si articolavano le altre stanze, questo permetteva alle persone che ricoprivano cariche pubbliche di utilizzare la propria abitazione sia come “luogo pubblico” che come residenza privata. La casa prende il nome dalla statua del Fauno presente al centro dell’implivio con lo sguardo diretto verso la luce che proveniva dall’alto, il satiro danzante legato sempre ai culti dionisiaci richiamava anche il nome orginario della famiglia proprietaria dell’edificio, cioè i “Satrii”. Ma certamente altro tesoro inestimabile è rappresentato dal mosaico della “Battaglia di Isso” realizzato nel II sec. a.c. in cui è raffigurato Alessandro Magno in battaglia contro il re persiano Dario.

Il “Tempio della Fortuna Augustea” sorge su di un piccolo podio e fù costruito sul terreno di un privato Marco Tullio sostenitore del culto dell’imperatore, e veniva curato da un gruppo formato da schiavi e liberti. Parte delle sue decorazioni vennero depredate subito dopo l’eruzione, mentre furono ritrovati i resti delle colonne e dei capitelli in marmo.

E’ certamente uno degli edifici che ci fornisce moltissime informazioni sulle abitudini sessuali degli antichi pompeiani, il “Lupanare”, ovvero il luogo dove la “Lupa” (prostituta) svolgeva la sua attività. Spesso schiave greche o orientali soddisfacevano le richieste delle classi più povere, le scene erotiche erano una sorta di menù delle prestazioni e i prezzi erano dai due agli otto assi (una coppa di vino costava un asse), il proprietario con le prostitute abitavano al piano superiore mentre in quello inferiore si svolgevevano le attività.

Un grandissimo cortile ci introduce nelle terme più antiche del epoca romana. Le “Terme Stabiane” erano dotate di una piscina e di un lungo portico che introduceva gli uomini nell’apodyterim (spogliatoio), al frigidarium (bagni freddi), al tepidarium (bagni di temperatura media) e al calidarium (bagni caldi). Un edificio magnifico che mantiene ancora intatto tutto il suo fascino anche se la parte femminile dell’edificio era molto ridotta per dimensioni e raffinatezza.

Riprendiamo “Via dell’Abbondanza” per visitare il Regio I, dove si trova la “Casa del Menandro” una grande abitazione di proprietà di Quinto Poppeo Sabino della famiglia dei Poppei, parenti di Poppea Sabina seconda moglie di Nerone e proprietaria della stupenda “Villa Oplontis” oggi visitabile nel centro di Torre Annunziata. Nell’atrio troviamo scene dipinte ispirate dall’Iliade e dall’Odissea, il dipinto raffigurante il commediografo ateniese Menandro si trova sulle parti del portico e fornisce il nome all’edificio.

La “Casa e Thermopolium di Vetutis Placidus” si presenta con un decoratissimo bancone con incastonati all’interno le giare per servire i cibi caldi e dove in una di esse furono ritrovati quasi 3 chili di monete forse l’ultimo guadagno della giornata. E’ molto ben conservata la pittura dedicata ai “Lari” le divinità della casa.

Altro edificio che ci permette di studiare la pittura murale pompeiana è la “Casa del Frutteto” in cui sono conservati le decorazioni delle stanze destinate al riposo (cubicoli) con raffigrazioni di limoni e corbezzoli, simbologie che rimandano al culto di Iside e uno splendido fico avvolto da un serpente simbolo di prosperità.

Siamo ormai alla fine del nostro viaggio quando arriviamo al Regio II, dove sbirciamo da una porta in ferro il “Foro Boario” o meglio quello che fù creduto essere nella prima metà dell’Ottocento durante gli scavi iniziali. Successivamente si notaro i segni lasciati da un impianto di vigne coltivate con il sistema della “vitis compluviata”, essendo l’area vicina all’ “Anfiteatro” qui si vendeva anche il vino che veniva conservato nei contenitori in terracotta e che potevano contenere fino a 120 ettolitri, oggi è stata rimpiantata una vigna sperimentale.

Costruito ai margini delle mura cittadine per agevolare l’affollamento delle migliaia di spettatori, l’ “Anfiteatro” di Pompei resta il più antico del mondo romano. Eretto nel 70 a.c. per volere dei magistrati Caius Quinctius Valgus e Marcus Porcius, era in grado  di accogliere fino a 20.000 spettatori che giungevano anche dalle città vicine. Le gradinate superiori si raggiungono con una doppia scala mentre quelle più basse attraverso un corridoio in discesa. L’arena si compone di un parapetto un tempo affrescato con soggetti simili ai fregi ancora visibili, ovvero gladiatori, animali e lotte. Nel 59 d.c. l’“Anfiteatro” venne chiuso per dieci anni a causa di una violenta rissa scoppiata fra pompeiani e nucerini, ma dopo il terremoto che colpì la città nel 62 a.c. il Senato di Roma decise di riaprirlo.

La “Palestra grande” si trova proprio al lato dell’ “Anfiteatro” , presenta dieci aperture verso l’esterno e si compone di un porticato che circonda la piazza centrale al cui centro è situata una grande piscina. Costruita all’inizio del I secolo d.c. al suo interno si addestravano giovani pompeiani, durante gli scavi degli anni ’30 del secolo scorso furono rinvenuti numerosi scheletri, oggi il sito ospita una mostra di affreschi e reperti di Moregine, un edificio che si trovava presso il porto fluviale.

Concludiamo il nostro viaggio con “Porta Nocera” costruita in epoca sannitica (IV sec. a.c.) ha subito numerose modifiche ed è molto vicina alle forme architettoniche di “Porta Nola” e “Porta Stabia”. La necropli che si trova oltrepassata la porta è disposta ai lati della strada che circonda le mura, qui si possono ammirare diverse tipologie di monumenti funerari da quelle più nobili a quelle più modeste.

Si è cercato di dare maggior risalto alle immagini e alle riprese video piuttosto che al testo e alle descirizioni minuziose, la bibliografia e gli studi sull’arte e la società pompeiana sono praticamente sterminati, indichiamo in basso le nostri fonti, sperando di avervi incuriosito a visitare questo immenso museo a cielo aperto che spetta a tutt* noi conservare, rispettare e ammirare.

La Redazione.

Link ufficiali:

Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.

Wikipedia: Scavi archeologici di Pompei

Video Reportage:

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“Intervista all’artista messicana Daniela Jauregui”

Written by infomuseum. Posted in Notizie & Eventi

(4 luglio 2014, Francavilla Fontanta (BR), Puglia, Italia)

Loteria Mexicana, Daniela JaureguiL’artista messicana Daniela Jauregui (1983) si concede in un’ intervista per la Redazione di Infomuseum in cui ci parla del suo ultimo progetto artistico “La loteria mexicana” divenuta poi la tesi conclusiva degli studi presso l’Accademia delle Belle Arti di Budapest. Il progetto si compone di 54 dipinti in cui vengono reintrepretate in una chiave di lettura contemporanea i simboli del gioco popolare messicano che tanto ricorda la tombola italiana e la smorfia partenopea. In questo lavoro l’artista pone l’accento sul significato che oggi assumono questi simboli nella cultura messicana moderna. La storia delle grandi civiltà del passato quali i Maya e gli Aztechi, insieme alla ricerca antropologica nei ritratti degli indios, degli zapatisti si fondono in una pittura figurativa e sognante della giovane artista di Città del Messico.
L’incontro avviene durante una visita alla Comune libertaria Urupia nel Salento nel luglio del 2015.

1) Quando ti è nata l’idea di dipingere la “Lotteria Mexicana”?

Per poter dare una risposta ho bisogno di dire che la “Loteria Mexicana” è un gioco popolare che posso assicurare che ogni messicano conosce fin da bambino. Parliamo di un gioco tradizionale facile da trovare nei mercati popolari di ogni popolo. Durante una visita al mercato municipale di Puerto Escondido a Oaxaxa (Messico) conobbi per puro caso una signora che vendeva questo gioco stampato nella maniera tradizionale di molto tempo fa, così lo comprai con l’idea di farne qualcosa. Alcuni mesi dopo cominciai a frequentare la classe di Progetti di Pittura nel contesto concettuale dell’arte contemporanea presso l’Accademia delle Belle Arti di Madrid. Sapevo che era giunto il momento di lavorare con la famosa “Loteria” e di reinterpretare tutti questi simboli che includono ogni carta, però in un contesto moderno sulla cultura messicana, possiamo dire che tutto è iniziato con un gioco di domande e risposte sulle immagini che contengono le carte (in totale 54), sulle prime idee che mi venivano in mente nel vedere le immagini, cominciò cosi un gioco di parole e analogie sui fatti che hanno modificato in maniera significativa il pensiero del messicano negli ultimi anni. Così ho deciso di fare la mia propria lotteria con le imagini che meglio si adeguano alla realtà attuale del Messico.

2) Questo progetto è diventato anche la tesi con cui hai concluso gli studi presso l’importante Accademia delle Belle Arti di Budapest, pensi che per gli europei sia difficile comprendere il senso profondo della cultura messicana con le sue tradizioni, superstizioni, religione e dinamiche sociali?

Penso che in generale è difficile comprendere la mentalità di un messicano, perchè siamo una cultura con contrasti ed un carattere molto forte, quello che è certo è che il modo di ragionare e la logica che utilizziamo sono completamente differenti da quelle europe che vivono una quotidianità e un sistema completamente diversi, diciamo che  essendo una messicana radicata in Europa ho avuto la necessità di far conoscere mediante questo progetto un poco di più della cultura messicana spesso considerata una cultura surrealista.

3) Dal tuo lavoro emerge una forte voglia di indagine sul passato per poi rielaborarlo in chiave contemporanea, mi viene in mente “El Catrin” che da uomo elegante sfruttatore degli indios diventa il capitalista odierno. Cosa ti ha dato questa ricerca dal punto di vista sia come artista che come donna messicana? La storia si ripete ancora una volta?

Posso affermare che durante lo sviluppo del progetto e la ricerca in sè, i fatti che si convertivano nelle mie tematiche sono diventate quasi fatti personali, che mi fecero capire cose di me stessa e del mio ragionamento. Storia dopo storia che racconta ogni carta, sono frutto di una riflessione profonda che mi ha spinto come artista e come messicana a decifrarle, mostrarle, con l’orgoglio o con la tristezza profonda del mio popolo messicano. Questo progetto si trasformò in poco tempo in una necessità e in un dialogo che per poter concludere necessita di un pubblico che possa diffonderne la voce. E così la storia si ripete se anche in maniera diversa per altri personaggi, la radice è la stessa, la storia e l’attualità del mio paese è stata violentata dal abuso, dalla corruzione, dal razzismo, dalla manipolazione e dalla molta ignoranza, ma il popolo messicano continua fermo e orgoglioso, orgoglioso delle sue tradizioni e delle sue credenze, allegro e consapevole della sua realtà.

4) Quasi tutti i dipinti sono figurativi e con una tavola cromatica ampia e pennellate che ricordano la corrente espressionista, che tecnica hai preferito utilizzare per i quadri di “Loteria Mexicana”?

Decisi di realizzare la serie con la tecnica dell’olio su tavola, essendo piccoli formati che si uniscono formando un grande mosaico di tipo murale, riprendendo la tradizione muralista presente in Messico. Successivamente, parlando in termini concettuali, ogni pittura è stata risolta in modi diversi, e che per associarle un significato sono stata costretta a cambiarne la forma, così che esistono simboli che si convertono in persone, così come altri assumono il ruolo di parte di una storia e di un codice rappresentativo di un periodo. Altre sono state disegnate in maniera narrativa dove i colori potenziano il significato o cercano di fare un’allusione ad altre situazioni che in molti casi sono di carattere ironico. Posso dire che lo stile di ogni pittura è diverso e che ogniuna è frutto di un proprio discorso.

5) Sei venuta a conoscenza di studi precedenti o di artisti che si erano confrontati precedentemente con queste tematiche?

L’idea del progetto in generale è stata completamente mia, ed è sorta da un ragionamento proprio, anche se non posso dire lo stesso delle influenze sulle mie immagini che mi sono apparse in mente e che sono state influenzate dagli artisti che in qualche maniera hanno incluso nelle proprie opere una critica sociale e una valorizzazione culturale sotto forma di un libro informativo.

4) Nel quadro “El àrbol” fai riferimento al Popul Vuh dei Maya e all’analogia con l’albero della vita della Bibbia, qui avviene un incontro tra le due religioni molto diverse politeista la prima rigorosamente monoteista la prima, come hai vissuto la realizzazione di quest’opera?

L’idea di parlare delle credenze religiose degli alberi mi è venuta in mente quando notai che spesso lo si incontrava nella mitologia Maya, gli alberi di Ceiba sono considerati sacri, di fatti nell’attualità si continua ad omaggiarli con rituali, ma senza dubbio essendo una cultura colonizzata dal cattolicesimo possiamo dire in senso metaforico che arrivarono a mettere le “mele” sui nostri alberi di Ceibas denigrando i nostri rituali e proibendo la loro venerazione considerata come rito legato al diavolo.

5) I tragici fatti di Ayotzinapa del 2014 riportono il Messico sulle cronache internazionali, ricordiamo i 43 studenti a tutt’oggi dispersi. In “La Bandera” rendi omaggio alle vittime innocenti di quei giorni, c’è un sentimento particolare che ti lega a questo dipinto?

Si. E’ un fatto che mi ha provocato molto dolore e indignata profondamente, ed è proprio vero che la nostra bandiera sta “perdendo il colore” per vestirsi in lutto, uso quest’espressione come riflessione per quelli che non conoscono questa situazione e per dare voce agli studenti che sono solo una delle miglia di vittime che sono scomparse e che sono state dimenticati grazie al cattivo governo che abbiamo.

6) Mi colpiscono ancora le analogie con cui riporti all’attualità i simboli della “Loteria Mexicana”, questa volta penso a “El Bandolon”, come mai anche in questo caso la tua attenzione si pone sulle persone violente di Città del Messico piuttosto che sulle tante cose e persone belle presenti in Messico?

In questo caso posso spiegare che la parola “Banda” si riferisce ad un gruppo di persone che commettono atti vandalici. Con “Bandolon” mi riferisco al termine popolare di una grane banda di delinquenti. Certamente Città del Messico è una città con forti contrasti e dove i gruppi e gli strati sociali sono moltissimi, e che in questo casi mi sono saltate in mente riflettendo sulla polizia o sulla “sicurezza messicana” che ignora totalmente questa situazione e preferisce non intervenire tra questi gruppi aggressori molte volte perche loro stessi ne sono a capo. Diciamo che la situazione che stiamo vivendo attualmente è un problema di sicurezza che è già eccessiva nella sua accezzione negativa, questa carta mi ha dato la possibilità di fare una critica diretta alla polizia federale. Le cose belle si mostrano in altre carte del gioco (…)

MAMU-meghivo-Szegmens-Mexico-ok02jav9) Mi dicevi che pensi di ritornare in Messico, cosa significa oggi fare arte contemporanea in Messico?

L’arte è contemporanea perchè è creata qui e ora, non possiamo fare diversamente ed è “temporàneo” nella nostra attualità. Il Messico è solo il luogo dove continuerà il mio lavoro.

7) Dove sarà possibile vedere le tue opere in mostra?

Il 10 di Luglio presso la Galleria MAMÜ Tarsaság a Budapest, sto curando l’esposizione di una mostra sull’arte contemporanea messicana, dove 12 artisti con me inclusa esporranno opere rappresentative della cultura messicana, in verità un opportunità magnifica per conoscere un punto di vista differente… Successivamente il 15 settembre l’artista plastico slovacco Stanislav Cerny, da tempo residente in Messico ed io faremo una mostra che si compone di oltre 40 opere sulla cultura messicana, questa mostra sarà allestita nella Galleria slovacca e rimarrà aperta al pubblico fino al 16 ottobre di quest’anno.

8) Ti ringraziamo per la tua disponibilità e gentilezza, con l’augurio di rivederci presto. Per concludere potresti parlarci a quali progetti intendi dedicarti nel prossimo futuro?

Per prima cosa ti ringrazio per la tua attenzione e interesse e speriamo che non sia l’ultima volta che ci incontriamo per parlare d’arte. Al momento posso parlare di un progetto che ho cominciato nello stesso momento della “Loteria” e che mi ha aperto le porte a mille tematiche di cui parlare…così che ho deciso di cominciare una serie di ritratti di donne indigene, filo conduttore della tradizione messicana. Sono ritratti di sole donne, che posseggono e tramandano dai tempi antichi le tradizioni e grazie a loro, oggi possiamo conservare le tradizioni di una cosmogonia in completa unione e equilibrio con l’universo che ci circonda, così decisi di cominciare la ricerca del significato dei simboli usati e l’evoluzione del loro sgnificato nei giorni nostri, diciamo che la serie sarà molto più poetica che narrativa e per realizzare questa serie ho deciso di fare la ricerca da vicino addentrandomi in alcune comunità indigene che ancora conservano questa tradizione e conoscono direttamente e la sua quotidianità. E’ per questo che ho deciso di ritornare ad una serie, è la “Conservazione dell’identità” attraverso il ricamo cucito del messico di un tempo, e chiaramente tante altre cose (…)

Daniela Jauregui

MAMÜ Gallery of Budapes – Szegmens 8

 

 

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“Portraits and Other Likenesses from SFMOMA”, MoAD, San Francisco

Written by infomuseum. Posted in Notizie & Eventi

(8 maggio – 11 ottobre 2015)
sfmoma

Njideka Akunyili Crosby, Wedding Portrait, 2012; acrylic, pastel, colored pencil, marble dust, fabric, and electrostatic transfers; 63 x 54 in. (160.02 x 137.16 cm); Collection SFMOMA, purchase through a gift of Pamela Joyner in honor of Gary Garrels, Elise S. Haas Senior Curator of Painting and Sculpture; © Njideka Akunyili Crosby; photo: Don Ross

La mostra “Portraits and Other Likenesses” (Ritratti e altre somiglianze) allestita nelle nuove sale del MoAD (Museum of the African Diaspora) e realizzata con la collaborazione del SFMOMA (San Francisco Museum of Modern Art) propone un interessante viaggio nella ritrattistica contemporanea. Oltre 50 opere tra dipinti, sculture, fotografie e media art ricoprono un arco cronologico che parte dagli anni ’20 del secolo scorso, in cui gli artisti si confrontano ed elaborano una nuova concezione del “ritratto” non più inteso come raffigurazione della propria persona ma come momento di sperimentazione della fantasia. Tra gli artisti in esposizione ricordiamo: Romare Bearden, Kara Walker, Lynette Yiadom-Boakye, Glenn Ligon, Sargent Johnson e Njideka Akunyili Crosby.

Link ufficiale:

SFMOMA – “Portraits and Other Likenesses”

 

 

 

 

 

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