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Ercolano, (Napoli, Campania)

Written by infomuseum. Posted in Articoli Reportage

Ercolano, (Napoli, Campania)

visitata nell’aprile 2016.

E’ per certi aspetti ancora più affascinante dell’area archeologica di Pompei, ci sono indizzi che qui, ad Ercolano sono sopravvisssuti alla furia dell’eruzione del Vesuvio di quel tragico anno, il 79 a.C. Visitiamo l’area archeologica con grande aspettativa ed emozione, la veduta di una piccola parte dell’antica città, situata in una grande buca profonta più di venti metri ci fà capire gli sforzi impegnati per portare alla luce un’area di queste dimensioni. Acquistato il biglietto d’ingresso entriamo negli scavi scendendo in una galleria che ci porta al livello del mare antico, esattamente nel punto dove un tempo si trovava la spiaggia, oggi un acquitrino prosciugato con pompe idrovere e popolato da moltissime ranocchie che allietano l’atmosfera con il loro canto.

La città

La città antica scoperta per puro caso durante gli scavi per un pozzo nel 1709 è stata oggetto di diversi studi che ancora oggi proseguono, gran parte dei suoi reperti sono oggi custoditi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e dal 1997 è entrata nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Ogni anno migliaia di persone visitano questa magnifica testimonianza del mondo classico permettendogli di avvicinarsi quanto più possibile ad un mondo, quello della civiltà romana non molto differente dal nostro.

Sappiamo dallo storico Sisenna (metà del I sec. a.C.) che Ercolano era una piccola città fortificata situata sul mare, su di una piana di cenere vulcanica tra due valli attraversate da due torrenti e con alle spalle il Vesuvio. Il centro urbano si articolava su cinque cardini perpendicolari alla riva, intersecati da tre decumani di cui purtroppo il “superiore” resta ancora sepolto. Secondo i greci fù fondata dal mitico Ercole di ritorno dalla Spagna, ma secondo gli scavi archeologici molto probabilmente furono gli oschi a costruire la prima città, che alla fine del IV sec. a.C. entrò con Pompei nei territori romani. Furono proprio i romani che scelscero come meta il golfo di Napoli dove vi costruirono le loro ville estive e di riposo. Grazie ad alcuni personaggi illustri la città si abbellisce con splendite opere pubbliche, non meno della vicina Pompei che pur risultava più grande per estensione e numero di abitanti, la città divenne un porto sicuro e importante, nota per una particolare varietà di fichi, il buon vino che veniva coltivato lungo le pendici del Vesuvio e le coltivazioni di legumi. Altro elemento che stupisce è la presenza in alcuni edifici di legni provenienti sia da zone appenniche che alpine, ma in alcuni casi è stato ritrovato persino il cedro del Libano. Dalle analisi della tipologia delle case è emerso che la maggior parte era inferiore ai 100 mq e che le grandi domus erano solo una piccola parte, questa ci aiuta a comprendere meglio la distribuzione del benessere nella società di Ercolano nel I sec. d.C.

Purtroppo già nel 64 d.C. la città subì un violento terremoto che causò numerose vittime e danni agli edifici, successivamente i restauri ad opera della dinastia flavia la riportarono nuovamente alla normalità, tant’è che al momento dell’eruzione del 79 d.C. solo alcuni edifici erano ancora da completare. Fondamentali sono le testimonianze scritte da Seneca e da Plinio il giovane sul disastro dell’eruzione da cui si capisce la potenza devastante dell’evento sismico che secondo recenti studi è da collocare alle ore 1 della notte del 25 ottobre dello stesso anno, quando una serie di surge seppellirono le città e uccisero i suoi abitanti con nubi di gas e cenere fine che scendevano lungo il fianco del vulcano alla velocità di 70 km/h alla temperatura di circa 480°.

Le vittime dell’eruzione.

Di fronte a noi si presentano le arcate dei fornici, con all’interno gli scheletri delle vittime dell’eruzione. Si contano più di 40 scheletri per ogni arcata, gran parte donne e bambini mentre i resti degli uomini sono stati ritrovati in gran parte sulla spiaggia. Le riprese che abbiamo effettuato in loco ci raccontano della sofferenza e degli ultimi spasmi prima della morte a cui gli antichi abitanti di Ercolano sono stati vittime. Alcuni recavono con loro i pochi oggetti preziosi che possedevano o che sono riusciti a prendere prima della fuga, molto probabilmente attendevano le barche dei soccorsi o speravano che l’indomani la situazione migliorasse, ma purtroppo durante la notte una colata piroplastica coprì l’intera città seppellendola per secoli.

Terme Suburbane.

Purtroppo non erano visitabili durante il nostro Reportage e così abbiamo perso l’occasione per vedere le terme tra le meglio conservate del mondo antico.

Casa del rilievo di Telefo.

La villa era tra le più sontuose della città vesuviana, probabilmente quella con le decorazioni più belle e con una vista panoramica sulla mare essendo costruita proprio sulla scogliera, si ipotizza appartenesse al senatore di età agustea M. Nonius Balbus. Superata la stanza del portinaio ci addentriamo in quello che una volta era l’atrio, arricchito con bellissime colonne stuccate in colore rosso tutt’ora ben conservato. La vasca dell’impluvio veniva usata come fioriera e tra le colonne pendevano gli “oscilla” ovvero dischi marmorei decorati con Satiri, Menadi danzanti, teste di Pan e altri soggetti mitologici. Sulla parete del portico si trova il calco del “Rilievo di Telefo” ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’opera raffigura Achille che interroga l’oracolo e la guarigione della ferita da parte di Telefo.

Thermopolium.

Erano locali dove avremmo potuto mangiare cibi caldi e bere del vino, il bancone ad L è decorato con vari marmi preziosi, al suo interno si trovano una serie di dolii interracotta dove all’interno si conservavano le pietanze, in alcuni casi era presente anche un retro bottega.

Decumano Massimo.

Il centro cittadino nelle città romane era costituito dal Decumano Massimo, anche Ercolano conserva il suo, un tempo dotato di portici con colonne e pilastri e due “archi d’ingresso” all’interno del Foro, il primo posto a fronte della Basilica e il secondo dinanzi alla “Sede degli Augustali”. Gli archi erano decorati con stucchi e marmi di cui nel nostro video Reportage filmiamo sotto la volta un quadretto in cui figura un giovane satiro in riposo con bastone, furono ritrovate anche statue e resti di una quadriga bronzea. All’interno del Foro avremmo potuto ammirare le due statue nude di Vespasiano e Augusto o Claudio, mentre sulle pareti laterali della piazza si trovavano i bellissimi affreschi staccati nel 1739 e ora conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. I quattro affreschi per la precisione raffigurano: “Teseo e il Minotauro”, “Ercole che rinviene Telefo” e “Chirone che istruisce Achille, Pan e Olimpo”. Purtroppo l’area conserva ancora molti segreti da svelare sepolti dalla lava, le speranze sono molte poichè lo stato di conservazione del Foro di Ercolano sin dai primi scavi del ‘500 ha restituito magnifici elementi decorativi che a Pompei andarono distrutti.

Casa del colonnato tuscanico.

Altro edificio che doveva essere molto importante all’epoca, lo dimostra l’accesso sul Decumano Massimo, era circondato da botteghe e finemente decorato con affreschi del III e IV stile, l’atrio di tipo tuscanico, da qui il nome attribuito all’edificio, presenta due strati di pavimentazione in cocciopesto. Al suo interno furono ritrovati un sigillo in bronzo, un anello, 14 monete d’oro, una lucerna in bronzo con una tabella appartenuta al liberto imperiale che ricopriva incarichi fiscali (Hirpinus).  Sulla parete d’ingresso di una delle botteghe è possibile ammirare un’insegna pubblicitaria in cui sono raffigurate quattro “Cuccuma” ovvero i vasi di terracotta per la vendita del vino. Al momento del distacco dell’affresco venne rinvenuta un’altra scritta più antica, “Nola” che si riferiva ad uno spettacolo gladiatorio che si sarebbe svolto nell’omonima città, nelle ultime lettere si legge la firma dello scrittore, “Aprilis a Capua”.

Collegio degli Augustali.

La Sede degli Augustali che si trova nel Foro si presenta in ottimo stato di conservazione, ci coplisce l’interno di cui si conserva ancora il soffitto e le tracce delle trabeazioni in legno oggi carbonizzate, il tutto poggiato su quattro enormi colonne. Durante gli scavi in quella che doveva essere la stanza del custode venne ritrovato il suo corpo ancora a letto. Ma l’attenzione si rivolge tutta agli affreschi che decorano il sacello degli imperatori in particolare Cesare e Augusto, vi sono pitture allusive alla divinizzazione degli imperatori come “L’introduzione di Ercole nell’Olimpo”  e “Ercole, Acheloo e Deianira”.

Terme del Foro.

Vi si accedeva pagando una piccola cifra di denaro alle “Terme del Foro” dove all’interno si trovavano vari ambienti dotati per bagni caldi (Tepidarium e Calidarium) oppure freddi (Frigidarium) e usufruire di un comodo spogliatoio (Apodyterium). Le volte dei locali erano stuccate con scanalature che evitavano il gocciolare dell’umidità, mensole e panche a mura permettevano alle persone di sedersi e colloquiare tra loro. All’inizio venivano alimentate dalle acque di un pozzo che con un sistema a ruota permetteva di prendere l’acqua dal sottosuolo, successivamente l’intero impiato fù collegato all’acquedotto augusteo del Serino. All’interno dell’edificio durante gli scavi vennero riportati alla luce sei scheletri, quattro adulti, una adolescente e un neonato che cercarono rifugio sotto le solide volte delle Terme. Ricordiamo il mosaico con tritonie delfini nel tepidario destinata agli uomini.

La parte destinata al pubblico femminile si compone di una piccola portineria, dello spogliatoio abbellito con un mosaico pavimentale realizzato con tessere bianche e nere, dove vi è raffigurato Tritone navigante con un timone nella mano destra e un pesce in quella sinistra, gli fanno da sfondo un amorino con frusta, un polipo, una seppia e 4 delfini. Si procedeva con i bagni del tepidarium anch’esso con il pavimento mosaicato con fondo bianco e figure nere, con motivi a labirinto, fallici, a tridente o vaso. All’interno le terme femminili erano dotate di grandi vasche in marmo in parte asportate durante il ‘700.

Casa del Gran Portale.

L’edificio prende il nome dal portale d’ingresso che si differenzia dalle altre abitazioni private per la qualità dell’opera. I capitelli sono in tufo con decorazioni in stucco in cui figurano due geni alati con fiaccole. Dall’ingresso si passa al triclinio dove si sono conservate le decorazioni con la figura del vecchio Sileno seduto con due satiri che guarda Bacco e Arianna. In alcuni ambienti si trovano mosaici pavimentali di colore nero con fascie bianche, in tutto l’edificio gli affreschi stupiscono per le innumerevole fantasie degli artisti antichi, una dimestichezza con la prospettiva e il trompe-l’œil, realizzando con tutta naturalezza le illusioni ottiche, insieme ad uno continuo rimando simbolico.

Palestra.

In parte ancora da scavare, quello che vediamo oggi è l’edificio di età agustea, un complesso monumentale dotato di una terrazza per accogliere gli spettatori delle esibizione sportive, un grande vestibolo rettangolare, un’aula absidata alta 10 metri che doveva accogliere una statua colossale degna scenografia per le premiazioni, un criptoportico e due piscine. L’eleganza del colonnato corinzio del portico occidentale è ancora oggi ammirevole, come i resti della decorazione scultorea che provano l’alta qualità delle maestranze, che molto probabilmente si inspirarono ai ginnasi di Napoli e di Cuma, luoghi frequentati da maestri di scuola con i loro alunni e filosofi.

Casa Sannitica.

E’ molto probabilmente uno dei più antichi edifici di Ercolano, costruita su due piani a cui si accedeva tramite una scala. La casa risale al II sec. a.C. e in principio era molto più grande, infatti successivamente da parti di essa si ricavarono le adiacenti “Casa rustica n. 33” e “La casa dal gran portale”.

Casa di Nettuno e Anfitrite.

La casa non è di grandi dimensioni, essendo priva di peristilio e giardino, ma al suo interno si è conservato un capolavoro dell’arte antica, il mosaico da cui prende il nome l’edificio si trova nel triclinio-ninfeo del Salone. Vi è raffigurato il dio con la sua sposa, realizzato con moltissime tessere policrome con colori che ancora oggi ci meravigliano per la loro vivacità. La decorazione parietale si arricchisce dell’uso di conchiglie marine, statue e maschere in un trionfo di motivi vegetali e scene con le raffigurazioni di cani e cervi in fuga.

Casa del tramezzo di legno.

Prende il nome dal “separè” carbonizzato che divide l’atrio dal tablino, il tramezzo conserva alcune borchie in bronzo a forma di prua di nave, forse un richiamo alle ricchezze derivanti dal commercio marittimo. Di stupefacente eleganza sono i mosaici geometrici realizzati con marmi policromi sul pavimento del triclinio mentre sono perfettamente conservate parti del tetto, con le teste di cani che decorano il compluvio del triclinio e dove si affaciavano le stanze del piano superiore.

Casa dall’atrio a mosaico.

Purtroppo non accessibile durante la nostra visita riusciamo appena a fotografare attraverso le fessure della porta d’ingresso l’atrio, di cui intravediamo il pavimento a scacchiera bianco e nero che si presenta oggi tutto ondulato, questo curioso effetto è dovuto al cedimento del pavimento sottostante durante l’eruzione.

Casa dell’Albergo.

Era tra le ville più grandi della città, lo scavo risale all’epoca borbonica e purtroppo giunge ai nostri giorni in un pessimo stato di conservazione. Costruità già in epoca cesariana con una zona termale e l’atrio, a cui vennero aggiunte in epoca agustea il peristilio con giardino, qui vennero ritrovati i resti carbonizzati di un pero, di un albero di melacotogne, di una quercia e una pianta di vite. I pavimenti erano decorati con splendidi mosaici in parte asportati durante gli scavi rivelando il pavimento precedente in cocciopoesto.

Casa di Argo.

Siamo al margine occidentale dell’area archeologica, è qua che si trova la “Casa d’Argo” altro grande edificio privato di Ercolano che prende il nome da un quadretto recuperato durante gli scavi in cui vi è raffigurato il mito di Io e Argo. Attualmente parte della villa rimane sepolta dalla lava del Vesuvio, tuttavia grazie agli scavi dei cunicoli in età borbonica si riuscì a decifrarne la planimetria composta da un atrio e due peristili di cui del più grande si sono conservate le eleganti colonne corinzie dal fusto stuccato, il salone affrescato a fondo rosso in IV stile e  una serie di spazi domestici.

Chissà quando ritorneremo a Ercolano, un piccolo tesoro, che al contrario di Pompei non ci ha costretto a lunghe camminate, gli scavi sono raccolti, silenziosi, niente folle, l’atmosfera è davvero rilassante e ci ha aiuta meglio a riflettere sull’arte e il dolore degli abitanti dell’antica città.

La Redazione.
Link ufficiali:

Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano, Oplonti, Boscoreale e Stabia

Herculaneum Coservation Project

Video Reportage:

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Pompei, (Napoli, Campania)

Written by infomuseum. Posted in Articoli Reportage

Pompei, (Napoli, Campania).

visitata nell’aprile del 2016

Era da molto tempo che cercavamo di programmare un ritorno nella spettacolare area archeologica della città di Pompei e finalmente ci siamo ritornati. Negli ultimi decenni dopo diversi crolli Pompei è ritornata all’attenzione dei media ed oggi è oggetto di una nuova politica di risanamento e riscoperta, ed infetti qualcosa è cambiato o meglio sta cambiando. Il nostro reportage parte dall’esigenza di raccontare e documentare l’arte e l’architettura della Pompei romana tragicamente scomparsa con l’eruzione del Vesuvio nell’agosto del 79 d.c.  Ricordi dell’adolescenza ci riportano indietro nel tempo, di vent’anni almeno, quando da ragazzino passeggiavo per gli scavi passando delle bellissime domeniche estive, esplorando liberamente la città con mio padre, oggi invece la visita a Pompei è praticamente obbligata in un percorso principale, molte strade chiuse, tanti gli edifici non accessibili fanno si che le persone si concentrino sui pochi noti siti, i soliti, quelli più gettonati dalle guide turistiche.

Partiamo da Napoli nelle prime ore del giorno e con la circumvesuviana comodamente scendiamo alla fermata “Villa dei Misteri” ed eccitati come non mai ci addentriamo in questo spettacolo imperdibile per uno storico dell’arte.

L’accesso occidentale alla città di Pompei avveniva dalla porta occidentale, ovvero “Porta Marina” la cui strada conduceva verso il mare, costruita nel 80 a.c. nell’epoca sillana utilizzando malta e pietra. Era delle sette porte cittadine la più maestosa, composta da due fornici quello più grande utilizzato per il passaggio dei carri e l’altro dalle dimensioni più ridotte per i pedoni. La porta era collegata alla “Cinta muraria” ancora visibile costruita a partire del VI sec. a.c. e lunga più di 3200 metri e dotata di dodici torri da guardia.

Le “Terme suburbane” si trovano a lato di “Porta Marina” e a ridosso delle mure cittadine, avendo queste perse d’importanza difensiva con l’entrata di Pompei sotto il dominio romano. Al contrario delle “Terme Stabiane” che erano pubbliche, le “Terme Suburbane” erano ad uso privato, al piano inferiore si trovavano gli ambienti termali mentre dai ritrovamenti di pittura a soggetto erotico si suppone che al piano superiore si svolgesse illegalmente la prostituzione.

Ci lasciamo trascinare dal fiume di turisti diretto verso il “Foro”, ma attenzione alla nostra sinistra, un piccolo ingresso laterale ci porta all’interno della “Basilica” edificio in cui si amministrava la giustizia. Le colonne che dividono in tre corridoi la navata dovevano essere altissime a giudicare dalle dimensione della base. I capitelli erano di ordine ionico e al suo interno era posizionata una statua equestre mentre le pareti erano decorati con pregevoli stucchi che simulavano un rivestimento marmoreo. La tribuna era il luogo dove sedevano i magistrati durante i processi ed attualmete è uno degli edifici più antichi del mondo romano, le sue origini risalgono agli anni tra il 130 e il 120 a.c. e venne scavata durante i primi anni del Novecento.

Ed ecco che si apre dinanzi ai nostri occhi quello che una volta era il centro commerciale e sociale dell’antica Pompei, il “Foro Civile”. I principali edifici pubblici lo circondano sui lati insieme al mercato e ai templi religiosi, nel corso dei secoli è stato più volte modificato, prima dell’eruzione era circondato da un portico coperto in asse con il Tempio di Giove e il Vesuvio. La pavimentazione ultima era stata realizzata in travertino e i ritrovamenti di alcuni fori su alcune lastre portano ad ipotizzare che si trovasse una scritta in metallo già derubata in epoca antica.

L’enorme cornice di marmo decorata con foglie d’acanto e animali che si affaccia sul Foro è stata collocata erroneamente dinanzi all’entrata del “Portico della Concordia”, mentre essa in realtà decorava l’accesso al “Tempio del Genius Augusti” eretto per volere della sacerdotessa di Cerere e del Genio di Augusto.

Sul lato occidentale del “Foro” si trovava il mercato della frutta e verdura “Mercato Olitorio”, oggi quest’area ospita alcuni reperti archeologici raccolti a partire della fine dell’Ottocento, alcuni indizzi portano all’ipotesi che l’edificio risultasse ancora incompleto al momento dell’eruzione.

Ai lati del “Tempio di Giove” si trovavano due “Archi Onorari” costruiti in laterizio e decorati con marmo, quello sul lato occidentale era dedicato a Druso figlio di Tiberio, sappiamo che venne gravemente danneggiato durante il terremoto del 62 d.c. mentre l’arco sul lato orientale era probabilmente dedicato all’imperatore Caligola.

A Pompei sono stati ritrovati molti centri termali, questo la dice lunga sullo stile di vita dei romani e dei pompeani in particolare. Situate alle spalle del “Tempio di Giove”  le “Terme del Foro” erano un edificio pubblico che si componeva di due aree separate quella femminile e quella maschile. Quest’ultima si componeva dell’apodyterium (spogliatoio) usato come tepidarium (bagno di media temperatura), del frigidarium (bagno freddo) e del calidarium (bagno caldo). Anch’esso come molti edifici della città venne ristrutturato dopo il violento terremoto del 62 d.c. Particolare attenzione meritano le nicchie porta oggetti decorati con bellissimi telamoni e gli stucchi della volta, che nel calidarium hanno un andamento lineare che permetteva al sudore di non sgoccialore sulle teste dei presenti, ma facilitavano lo scivolare del liquido sui lati delle pareti e poi sul pavimento. Il ritrovamento di centinaia di lucerne porta all’ipotesi che le terme fossero anche aperte la sera.

Lasciamo l’area del “Foro” e proseguiamo lungo “Via dell’Abbondanza”  una delle arterie principali del traffico pompeiano che porta fino all’ “Anfiteatro” e quindi a “Porta Sarno” e alla sua necropoli. Ma prima dobbiamo necessariamente visitare l’area del “Foro Triangolare” che sorgeva presso la foce del fiume Sarno. In questa area sorgeva uno dei templi più antichi di Pompei ovvero il “Tempio dorico di Atena ed Eracle” (VI sec. a.c.) e il “Tholos”, un edificio circolare colonnato con al centro un pozzo.

Dall’area sacra scendiamo con una comodissima scala verso il “Quadriportico dei Teatri” o “Caserma dei Gladiatori”, il portico costituito da 74 colonne doriche accoglieva gli spettatori negli intervalli degli eventi teatrali.

Stupisce ancora l’ottimo stato di conservazione delle gradinate del “Teatro Grande”. L’edificio costruito nella seconda metà del II secolo a.c. e sfrutta la naturale pendenza del terreno, restaurato in età augustea si compone di tre gradinate divise in cinque settori, ed era dotato di un velarium per i giorni estivi e di posti numerati.

Il “Teatro piccolo” o Odeion viene costruito per volere di due magistrati Marcus Porcius e Caius Quinctius Valgus gli stessi che faranno erigere l’ “Anfiteatro”. L’edificio decorato con marmi policromi presenta anche due telamoni che sorreggono le gradinate, inoltre era coperto da un tetto e ospitava spettacoli di mimo e musicali.

Lasciamo i teatri e ci ritroviamo in “Via Stabiana” dove fotografiamo “Porta di Stabia” e le numerose botteghe alimentari che vendevano i loro prodotti agli spettatori. Queste botteghe si chiamavano “Thermopolium” e a Pompei ne sono state scoperte 89, in questi locali si potevano consumare cibi caldi e altri prodotti, i clienti erano per lo piu schiavi o appartenenti ai ceti bassi dato che nelle loro case non c’era la cucina al contrario dei ceti più ricchi.

Ormai la stanchezza comincia a farsi sentire e anche un leggero appetito, così facciamo una breve pausa alla “Casina dell’Aquila” dove si può ammirare una bellissima vista panoramica su tutta l’area archeologica e ritorniamo al “Foro” dove approfittiamo dell’unico punto di ristoro all’interno dell’area archeologica ovviamente affollatissimo, molto salato nei prezzi e con inevitabili problemi dei rifiuti.

Dopo di che riprendiamo il nostro reportage e percorriamo “Via delle Terme” per dirigerci verso “Porta Ercolano” e visitare “Villa dei Misteri”. Lungo il percorso troviamo il famosissimo mosaico posto all’ingresso della “Casa del Poeta tragico” raffigurante un cane al guinzaglio con l’iscrizione “Cave Canem” ovvero “attenti al cane”. La casa si componeva di un atrio centrale decorato con raffinati mosaici tra cui la raffigurazione di attori che si preparano per lo spettacolo, da qui il nome dato all’edificio, che fù scavato tra il 1824 e 1825 quando si riportarono alla luce anche il dipinto raffigurante la “Vendita degli amorini” che divenne molto popolare all’epoca.

Proseguiamo per “Via Consolare” dove si trova la “Casa del Forno” costruita a partire del II sec. a.c. trasformata dopo il terremoto del 72 d.c. in un forno. In tutta Pompei si contano circa 30 panifici ciò indica che l’attività doveva essere molto conveniente, in quello che una volta era il peristilio furono poste quattro macine che venivano messe in movimento dagli schiavi o dagli asini, infatti nel retro della bottega fù rinvenuto uno intero scheletro.

La costruzione di “Porta Ercolano” si distingue dalle altre per il semplice motivo che essendo costruita dopo la conquista romana non presenta elementi difensivi, la sua Necropoli utilizzata già dal I sec. a.c. conserva alcune tombe monumentali tra cui una “Schola” ovvero tombe con un sedile semicircolare in tufo dedicate dalla città ai cittadini più celebri.

Non c’è meta più ambita di un visitatore di Pompei che non sia la splendida “Villa dei Misteri”, l’edificio risale al II secolo a.c. ma fù rimodellato tra gli anni 80 e 70 a.c. E’ conosciuta in tutto il mondo per le pitture della “Sala dei Misteri” dove è dipinto un emblematico ciclo murale raffigurante un rito misterico legato al culto dionisiaco. In altri ambienti si scorgono bellissime pitture in stile egizio dove è possibile ancora ammirarne le porte e le finistre lignee, un’altra parte della casa era destinata alla produzione e vendita del vino. Inutile descrivere lo stupore dinanzi alla padronanza dei volumi plastici, dei chiaroscuri che gli artisti antichi dimostrano di conoscere anticipando quello che molti secoli dopo chiameremo in Europa Rinascimento, purtroppo non essendo possibile entrare nella stanza si può solo ammirare in parte attraverso due aperture.

A questo punto siamo a metà della nostra visita e ci diregiamo dall’altra parte della città, questa volta la nostra meta finale è il Regio II dove si trova l’ “Anfiteatro”.

Evitiamo di passare dal “Foro” e percorriamo “Via della Fortuna” senza non visitare la casa più grande di tutta Pompei, ovvero la “Casa del Fauno” con i suoi 3000 mq circa di spazio. Costruita a partir del II sec. a.c. Al suo ingresso dava il benvenuto ai visitatori il mosaico con la scritta “Have” e si veniva introdotti in due atrii e due peristili intorno a cui si articolavano le altre stanze, questo permetteva alle persone che ricoprivano cariche pubbliche di utilizzare la propria abitazione sia come “luogo pubblico” che come residenza privata. La casa prende il nome dalla statua del Fauno presente al centro dell’implivio con lo sguardo diretto verso la luce che proveniva dall’alto, il satiro danzante legato sempre ai culti dionisiaci richiamava anche il nome orginario della famiglia proprietaria dell’edificio, cioè i “Satrii”. Ma certamente altro tesoro inestimabile è rappresentato dal mosaico della “Battaglia di Isso” realizzato nel II sec. a.c. in cui è raffigurato Alessandro Magno in battaglia contro il re persiano Dario.

Il “Tempio della Fortuna Augustea” sorge su di un piccolo podio e fù costruito sul terreno di un privato Marco Tullio sostenitore del culto dell’imperatore, e veniva curato da un gruppo formato da schiavi e liberti. Parte delle sue decorazioni vennero depredate subito dopo l’eruzione, mentre furono ritrovati i resti delle colonne e dei capitelli in marmo.

E’ certamente uno degli edifici che ci fornisce moltissime informazioni sulle abitudini sessuali degli antichi pompeiani, il “Lupanare”, ovvero il luogo dove la “Lupa” (prostituta) svolgeva la sua attività. Spesso schiave greche o orientali soddisfacevano le richieste delle classi più povere, le scene erotiche erano una sorta di menù delle prestazioni e i prezzi erano dai due agli otto assi (una coppa di vino costava un asse), il proprietario con le prostitute abitavano al piano superiore mentre in quello inferiore si svolgevevano le attività.

Un grandissimo cortile ci introduce nelle terme più antiche del epoca romana. Le “Terme Stabiane” erano dotate di una piscina e di un lungo portico che introduceva gli uomini nell’apodyterim (spogliatoio), al frigidarium (bagni freddi), al tepidarium (bagni di temperatura media) e al calidarium (bagni caldi). Un edificio magnifico che mantiene ancora intatto tutto il suo fascino anche se la parte femminile dell’edificio era molto ridotta per dimensioni e raffinatezza.

Riprendiamo “Via dell’Abbondanza” per visitare il Regio I, dove si trova la “Casa del Menandro” una grande abitazione di proprietà di Quinto Poppeo Sabino della famiglia dei Poppei, parenti di Poppea Sabina seconda moglie di Nerone e proprietaria della stupenda “Villa Oplontis” oggi visitabile nel centro di Torre Annunziata. Nell’atrio troviamo scene dipinte ispirate dall’Iliade e dall’Odissea, il dipinto raffigurante il commediografo ateniese Menandro si trova sulle parti del portico e fornisce il nome all’edificio.

La “Casa e Thermopolium di Vetutis Placidus” si presenta con un decoratissimo bancone con incastonati all’interno le giare per servire i cibi caldi e dove in una di esse furono ritrovati quasi 3 chili di monete forse l’ultimo guadagno della giornata. E’ molto ben conservata la pittura dedicata ai “Lari” le divinità della casa.

Altro edificio che ci permette di studiare la pittura murale pompeiana è la “Casa del Frutteto” in cui sono conservati le decorazioni delle stanze destinate al riposo (cubicoli) con raffigrazioni di limoni e corbezzoli, simbologie che rimandano al culto di Iside e uno splendido fico avvolto da un serpente simbolo di prosperità.

Siamo ormai alla fine del nostro viaggio quando arriviamo al Regio II, dove sbirciamo da una porta in ferro il “Foro Boario” o meglio quello che fù creduto essere nella prima metà dell’Ottocento durante gli scavi iniziali. Successivamente si notaro i segni lasciati da un impianto di vigne coltivate con il sistema della “vitis compluviata”, essendo l’area vicina all’ “Anfiteatro” qui si vendeva anche il vino che veniva conservato nei contenitori in terracotta e che potevano contenere fino a 120 ettolitri, oggi è stata rimpiantata una vigna sperimentale.

Costruito ai margini delle mura cittadine per agevolare l’affollamento delle migliaia di spettatori, l’ “Anfiteatro” di Pompei resta il più antico del mondo romano. Eretto nel 70 a.c. per volere dei magistrati Caius Quinctius Valgus e Marcus Porcius, era in grado  di accogliere fino a 20.000 spettatori che giungevano anche dalle città vicine. Le gradinate superiori si raggiungono con una doppia scala mentre quelle più basse attraverso un corridoio in discesa. L’arena si compone di un parapetto un tempo affrescato con soggetti simili ai fregi ancora visibili, ovvero gladiatori, animali e lotte. Nel 59 d.c. l’“Anfiteatro” venne chiuso per dieci anni a causa di una violenta rissa scoppiata fra pompeiani e nucerini, ma dopo il terremoto che colpì la città nel 62 a.c. il Senato di Roma decise di riaprirlo.

La “Palestra grande” si trova proprio al lato dell’ “Anfiteatro” , presenta dieci aperture verso l’esterno e si compone di un porticato che circonda la piazza centrale al cui centro è situata una grande piscina. Costruita all’inizio del I secolo d.c. al suo interno si addestravano giovani pompeiani, durante gli scavi degli anni ’30 del secolo scorso furono rinvenuti numerosi scheletri, oggi il sito ospita una mostra di affreschi e reperti di Moregine, un edificio che si trovava presso il porto fluviale.

Concludiamo il nostro viaggio con “Porta Nocera” costruita in epoca sannitica (IV sec. a.c.) ha subito numerose modifiche ed è molto vicina alle forme architettoniche di “Porta Nola” e “Porta Stabia”. La necropli che si trova oltrepassata la porta è disposta ai lati della strada che circonda le mura, qui si possono ammirare diverse tipologie di monumenti funerari da quelle più nobili a quelle più modeste.

Si è cercato di dare maggior risalto alle immagini e alle riprese video piuttosto che al testo e alle descirizioni minuziose, la bibliografia e gli studi sull’arte e la società pompeiana sono praticamente sterminati, indichiamo in basso le nostri fonti, sperando di avervi incuriosito a visitare questo immenso museo a cielo aperto che spetta a tutt* noi conservare, rispettare e ammirare.

La Redazione.

Link ufficiali:

Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.

Wikipedia: Scavi archeologici di Pompei

Video Reportage:

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Bari, (Puglia)

Written by infomuseum. Posted in Articoli Reportage

Bari, (Puglia)
visitata nel gennaio 2016.

Approfittiamo dell’ospitalità di un amico caro per recarci nel cuore del centro storico di Bari, ovvero la meglio nota“Bari vecchia”. Passeggiamo per una giornata intera alla scoperta dei sui tesori artistici, testimonianza di una lunga storia millenaria in cui si sono incrociate culture diverse, lasciando ancora oggi tracce indelebili del loro passaggio. La città si presenta molto accogliente e incontriamo qualche gruppo di turisti per lo più “locali”, camminiamo a testa alta per le strade e inevitabilmente ci tornano in mente i personaggi della sua storia. Bari è stata un’ importante città portuale dei peucezi dell’Illiria, poi un municipio romano, successivamente capitale dell’impero bizantino, passerà sotto il dominio dei normanni di Roberto il Guiscardo, degli svevi e degli spagnoli.

Iniziamo la nostra visita con la “Cattedrale di San Sabino” costruita su modello della “Basilica di San Nicola” e sulle rovine di “Santa Maria Assunta” (1034) duomo bizantino distrutto dai normanni, i cui resti si trovano nella cripta dove sono conservate le reliquie del santo. Consacrato nel 1292 l’edificio finito si distingueva dal precedente per forma e dimensione, i matronei, la cupola, il transetto di poco più grande della larghezza delle navate, sono elementi architettonici che rientrano nel gusto estetico del romanico pugliese, mentre dell’edificio più antico rimangono solo alcune tracce della pavimentazione e le antiche colonne, che secondo la tradizione furono trasportate da Costantinopoli a Bari in omaggio alla cattedrale custode delle relique del santo. Nel corso del XVI secolo e del XVIII secolo la cattedrale subì numerosi interventi e solo nel XIX secolo si ritornò alla sua forma originaria del periodo medievale, negli anni cinquanta del XX secolo anche gli arredi furono ricollocati secondo il gusto romanico. La facciata a spioventi è divisa in tre parti da due robuste lesene, in cui sono inseriti i tre portali d’ingresso di epoca barocca ma che ancora conservano gli architravi delle porte del XI secolo. Il rosone restaurato negli anni ’30 del secolo scorso conserva la ghiera originale con figure mostruose e fantastiche che ritroviamo anche nelle mensole. Giriamo intorno all’edificio per poter veder le bellissime gallerie esafore e parte della cupola decorata con motivi che ricordano l’arte islamica. Probabilmente l’edificio circolare a sinistra della cattedrale era in origine il battistero medievale, comunemente conosciuta come la “Trulla” viene citata in un documento del 1032 e subisce notevoli interventi di restauro nel XVII, XVIII e XIX secolo. Quando entriamo all’interno della cattedrale veniamo subito colpiti dalla semplicità e dalla nudità dello spazio architettonico, al contrario di quanto avvenuto nella Trulla, qui tutte le decorazioni barocche dell’artista partenopeo Domenico Antonio Vaccaro sono state rimosse riportando l’edificio alla sua forma originaria, le otto colonne della navata sorregono quelli che sono dei finti matronei con stupende trifore, mentre al centro della navata si trova il pulpito del XI secolo.

Certamente l’edificio più noto della città resta la “Basilica di San Nicola” fondata alla fine dell’ XI secolo durante il regno normanno per accogliere le spoglie del santo. Per secoli è stata luogo di passaggio per i pellegrini diretti sia a Roma che in terra santa, il suo stile architettonico contiene infatti diverse influenze, inserendo elementi cari al nord europa e modelli campani-cassinese che diventeranno caratteristiche fondamentali del romanico pugliese. La chiesa in origine presentava quattro torri ai lati, due delle quali vennero abbattute dopo il terremoto del 1456 e una cinta muraria che la isolava dal resto dell’abitato, quest’ultima venne rimossa con il nuovo assetto architettonico degli anni venti del secolo scorso. Attualmente la facciata si presenta divisa in tre parti da due lesene la cui base è costituita da due colonne antiche, dal portale maggiore decorato con bellissime colonne sorrette da leoni su mensole e da altri due portali laterali mentre il rosone e le bifore la decorano e ne alleggeriscono il peso. Inevitabilmente ci perdiamo nei dettagli delle decorazioni degli stipiti e degli archivolti, ma anche dall’eleganza architettonica dell’edificio nel suo interno, dove conserva un’ atmosfera austera e solenne, la chiesa presenta la navata centrale interrotta da tre arconi trasversali che furono un rimedio ai danni del terremoto del 1456, uno splendido pavimento con tarsie marmoree sui cui poggia la nota “Cattedra del vescovo Elia” del IX secolo. Degno di attenzione è il monumento di Bona Sforza regina di Polonia realizzato nel XVI secolo senza dimenticare il ciborio sicuramente il più antico conservato in Puglia. Scendendo dalla scala a destra dell’ abside ammiriamo il rilievo decorativo del sepolcro del vescovo Elia, decorato con una targa votiva. La cripta che si trova sotto il transetto fù consacrata nel 1089 da Urbano II ed è costritutita da trentasei campate coperte da volte a crociera di cui le colonnine conservano bellissimi capitelli, alcuni dei quali sono presenti nella galleria fotografica di quest’articolo.

Purtroppo una visita veloce è stata la nostra passeggiata al “Castello normanno-svevo di Bari” l’antica fortezza medievale riadattata nel quattrocento a palazzo residenziale. Inserito all’interno delle mura cittadine abbattute nel ‘800, fù probabilmente voluto da Ruggero II re di Sicilia e costruito nel 1133 dopo l’avvenuta conquista della città dalle truppe normanne, alcuni ritrovamenti dell’epoca greco-romana portano all’ipotesi dell’esistenza di una fortezza già in tempi antichi.

Altri edifici che abbiamo voluto inserire in questo nostro Reportage sono l’affascinante “Palazzo Fizzarotti” ampliato tra il 1905 eil 1907 dall’architetto Ettore Bernich e Augusto Corradini in uno stile che riprende i canoni dell’architettura gotica veneziana. Infatti il palazzo celebra la liberazione della città dall’invasione turca da parte della flotta della Serenissima avvenuta nel 1022. Altra costruzione moderna che merita sicuramente una visita è il “Palazzo dell’Acquedotto Pugliese” edificato nel 1924 per ospiare la sede centrale dell’Ente Acquedotto Pugliese, progettato da Cesare Vitantonio Brunetti che lo ideò con facciate ricoperte da un rustico bugnato, mentre la decorazione all’interno fù affidata allo stile liberty di Duilio Cambellotti che sulla tematica centrale dell’acqua incentrò il suo intero lavoro. E’ già sera quando passeggiamo dinanzi al “Teatro Piccinni” costruito tra il 1913 e il 1854 da Antonio Niccolini già autore del San Carlo di Napoli, e il famoso “Teatro Petruzzelli” progettato dall’ingegnere bitontino Angelo Cicciomessere e inaugurato il 4 febbraio del 1903, qualche ultima foto ricordo dal porto e porgiamo il nostro arrivederci al capoluogo pugliese.

La Redazione.

Link consigliati:

Wikipedia – Bari

Comune di Bari – sezione cultura e turismo

 

Video Reportage:

 

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Napoli (Campania)

Written by infomuseum. Posted in Articoli Reportage

Napoli (Campania)

Visitata nell’aprile 2016.

Le prime tracce dell’insediamento umano in città risalgono all’era neolitica e sono state rinvenute presso l’attuale piazza “S. Maria degli Angeli”, nella stessa zona sorgerà l’acropoli e la necropoli di Parthenope fondata dai Cumani nell’ VIII secolo a.C. e destinata a diventare un centro importante della Magna Grecia, stringendo un forte rapporto con la città di Atene. Nel 507 l’aristocrazia cumana espulsa da Aristodemo dalla città madre si trasferisce nella nuova città, che verra ribatezzata con il nome di Neapolis, che presto avrà sempre più importanza nel golfo e sul Mediterraneo, ancora oggi in piazza Bellini e a Forcella sono visibili i resti delle antiche mura greche.

Conquistata nel 326 a.c. dai Romani divenne luogo prediletto per il riposo degli imperatori come Claudio e Nerone, ma nel 476 d.c. nella villa romana fortificata dove oggi sorge Castel dell’Ovo venne imprigionato l’ultimo imperatore romano Romolo Augusto. Ancora oggi la Basilica di San Paolo Maggiore (che abbiamo visto in restauro) presenta sulla facciata due colonne dell’antico “Tempio dei Dioscuri” costruito verso il V sec. a.C. e distrutto durante il terremoto del 1688, ricordiamo che nel 1972 vennero ritrovate proprio sotto le colonne alcuni resti scultorei di busti e torsi umani oggi sconservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Con la fine dell’impero romano d’occidente nel 536 la città divenne provincia bizantina, con le invasioni dei popoli barbari in particolare dei Longobardi, la città divenne un ducato autonomo e dovette difendersi dagli attacchi dei Saraceni provenienti dal nord Africa e dalla Sicilia conquistata dagli arabi nel 827.

Napoli fù teatro di scambi e interessi comuni con il mondo musulmano, per questo fù fortemente ostacolata dal papato di Giovanni VIII. Il ducato ebbe fine con l’arrivo dei Normanni di Ruggero II d’Altavilla nel 1139 che inserirono la città nel neonato “Regno di Sicilia” con capitale Palermo. Successivamente il regno passò sotto gli Svevi di Federico II e Manfredi, negli anni sessanta del XIII secolo arrivarono gli Angioini con Carlo I d’Angiò e Napoli divenne capitale del regno, questo fù per la città un importante momento di sviluppo artistico e culturale, in questi anni vi soggiornarono Francesco Petrarca, il Boccaccio, il pittore senese Simone Martini e il grande Giotto che qui fondò una scuola pittorica.

Nel 1442 il potere andò agli Aragonesi, sotto il dominio di Alfonso il Magnanino vennero costruiti alcuni dei monumenti più belli della città, ricordiamo l’ Arco del Maschio Angioino, Palazzo Filomarino, Porta Capuana e Palazzo Como e negli anni del’500 i quartieri spagnoli e via Toledo. Durante il XVII secolo con la rivolta di Masaniello la città per pochi mesi proclama la repubblica indipendente che viene subito repressa dagli spagnoli, ad aggravare la situazione anche un eruzione del Vesuvio e l’epidemia di peste che causò la morte di migliaia di persone. Conquistata dall’Austria nel 1734 ritorna in mano spagnola con la dinastia di Carlo di Borbone, nel 1806 fù conquistata da Napoleone Buonaparte ma nel 1815 è definitivamente passata ai Borboni che nè faranno la capitale del “Regno delle Due Sicilie”. Nel 1860 la spedizione garibaldina la libera dal domino spagnolo per annetterla al Regno d’Italia, privata del ruolo di capitale Napoli subisce un inesorabile tracollo sociale e economica.

I nostri ricordi d’infanzia riaffiorano in questa calda giornata di primavera, scesi dalla stazione centrale andiamo incontro ai nostri amici che ci ospiteranno e che saranno i nostri ciceroni, in questi giorni approfitteremo per visitare anche altre località come: Pompei, Torre Annunziata, Ercolano e un immancabile visita al Vesuvio.

Il centro storico patrimonio dell’Unesco dal 1995 è qualcosa di unico al mondo, un dedalo di strade e palazzi storici, rovine antiche e castelli fanno di Napoli un inestimabile tesoro artistico, la storia millenaria di questa città è spettacolarmente evidente nei diversi stili artistici e architettonici dei suoi edifici. Camminando per “Spaccanapoli” ovvero l’antico decumano inferiore romano si posano i piedi sugli strati della storia di questo posto ed inevitabilmente la testa volge lo sguardo in alto, verso i portoni, i balconi, le facciate dei palazzi, che rendono il tutto davvero scenografico.

In questo breve Reportage ricordiamo alcune tappe del nostro viaggio.

Tra i primi edifici che visitiamo c’è la Chiesa di San Domenico Maggiore tra le più note in città, voluta da Carlo II d’Angio fù eretta tra il 1283 e il 1324 propio lungo l’attuale Spaccanapoli, costruita in stile gotico si compone di tre navate e un totale di 27 cappelle, mentre la pianta a croce latina presenta un ampio transetto e un abside poligonale. L’edificio è dotato di una facciata principale e di un’ingresso secondario che si affaccia sull’omonima piazza, dove si trova anche un elegante obelisco barocco costruito da Cosimo Fanzago e sensibilmente modificato nel progetto da Francesco Picchiati che conclude l’opera nel 1666. A destra della facciata si erge il campanile risalente al XVIII secolo e al suo interno sono custoditi numerosi capolavori dell’arte, dalle tracce degli affreschi trecenteschi, alle eleganti tele del XV e XVI secolo, sino ai capolavori del barocco.

La Chiesa del Gesù Nuovo sorge nell’omonima piazza, dove si trova anche l’ “Obelisco dell’Immacolata” di Giuseppe Genoino che lo realizzò a metà del XVIII secolo. La chiesa è tra le più conosciute di Napoli ed è un elegante esempio dell’architettura barocca eretta sul luogo dove sorgevano le antiche terme romane. L’edificio è un riadattamento del “Palazzo Sanseverino” che fù completamente sventrato tra il 1584 e il 1601 per volere dei gesuiti che lo acquistarono. La facciata a bugne insieme con il portale d’ingresso risalgono al progetto iniziale dell’architetto Novello da San Lucano (1435-1516), l’interno venne rielaborato in epoca barocca ad opera del Valeriano e del Provedi, mentre risale al 1635-1636 l’affresco della cupola raffigurante il “Paradiso” di Giovanni Lanfranco. Dopo il terremoto del 1688 vennero eseguiti alcuni interventi di restauro al portale d’ingresso vennero aggiunte due colonne, due angeli e lo stemma, la cupola fù ricostruita da Arcangelo Guglielmelli e affrescata da Paolo De Metteis. Dopo la cacciata dal Regno di Napoli dei gesuiti la chiesa venne affidata ai francescani riformati che affidarono nel 1786 i lavori di restauto all’ingegnere Ignazio di Nardo. Nel 1900 l’ordine dei gesuiti potè ritornare e furono testimoni del bombardamento della chiesa durante il secondo conflitto mondiale, fortunatamente l’ordigno più pericoloso non espolse. Certamente la facciata dell’edificio è un elemento caratteristico ed unico, realizzato in pietra di piperno, presenta strani simboli incisi sulle bugne, numerosi interpretazioni stanno cercando di dare un senso a questi simboli che sembrerebbero appartenere alla lingua aramaica, alcuni studioso prediliggono la tesi dei simboli alchemici in uso nel XVIII secolo, altri concordono sulla partitura musicale.

Altro simbolo della città partenopea è la Basilica di Santa Chiara situata in via Benedetto Croce a pochi metri di distanza dalla “Chiesa del Gesù Nuovo” , dotata di un’ala adibita a monastero al cui interno si trovano quattro chiostri monumentali. L’edificio venne costruito nel 1310 su progetto dell’architetto Gagliardo Primario, voluta dal re Roberto d’Angio fù consacrata soltanto nel 1340 e divenne subito un centro di riferimento della città. Contribuirono a decorare gli interni i maestri Tino di Caimano e Giotto, durante il XVIII secolo Domenico Vaccaro e Gaetano Buonocore conferirono alla chiesa linee barocche e nelle cappelle poste opere di Francesco Mura, Sebastiano Conca, Giuseppe Bonito. Purtroppo l’edificio subì un grave incendio durante i bombardamenti del secondo conflitto mondiale, questo portò alla perdita degli affreschi giotteschi di cui si conservano solo pochi frammenti e delle decorazioni settecentesche. Durante i restauri del 1944 si decise di riportare la chiesa al suo stile originario cioè quello gotico, adoperando i materiali dell’epoca come le lastre di piperno, e ridando alla facciata principale la struttura a capanna con rosone. Restiamo molto affascinati anche dalla torre campanara costruita tra il 1338 e il 1604, costruito in tre ordini architettonici differenti: il primo trecentesco caratterizzato da un paramento di blocchi di pietra, il secondo con lesene marmoree e mattoni, il terzo con lesene ioniche. Le iscrizioni che decorano la torre risalgono al periodo angioino, scritte in caratteri gotici raccontano della costruzione della basilica. Visitiamo l’interno dell’edificio che si compone di un’unica alta navata che fin da subito ci appare  spoglia e con pochissime decorazioni, tra le opere custodite ricordiamo: il “Sepolcro di Agnese e Clemenza di Durazzo” del XV secolo, il “Sepolcro di Antonio Penna” realizzato da Antonio Baboccio da Piperno, alcuni frammenti di una “Madonna con Bambino adottata da Antonio e Onofrio Penna” di un anonimo artista d’ispirazione giottesca. Nella cappella dedicata a San Francesco d’Assisi ammiriamo la scultura che raffigura il santo realizzata da Michelangelo Naccherino nel 1616, nella zona absidale si trovano i due monumenti sepolcrali di Tino di Caimano realizzati tra il 1330 e il 1336, spicca su tutti il grande monumento al re Roberto d’Angiò costruito dai fratelli Bertini provenienti da Firenze. Purtroppo non riusciamo a visitare il Museo dell’Opera di Santa Chiara che ricostruisce la storia dell’edificio attraverso i suoi reperti.

Giungiamo in Piazza Pleibiscito, una tra le più belle e scenografiche d’Italia, simbolo della rinascita di Napoli negli anni novanta, ancora ricordiamo quando era un parcheggio, mentre ora accoglie turisti da tutto il mondo. Nella piazza si trovano il Palazzo Reale sede dei sovrani spagnoli costruito tra il 1600 e il 1858, si ricordano gli architetti che vi parteciparono alla realizzazione: Domenico Fontana, Gaetano Genovese, Luigi Vanvitelli, Ferdinando Sanfelice e Francesco Antonio Picchiatti. Purtroppo durante la nostra visita la facciata era in restauro e non abbiamo potuto avuto il tempo di visitare il palazzo. La piazza come ci appare oggi è il risultato degli interventi del re francese Gioacchino Murat che con la demolizione di alcuni edifici religiosi nè aumenta le dimensioni, permettendo ai suoi architetti il napoletano Leopoldo Laperuta e Antonio De Simone di realizzare il porticato semicircolare elemento scenografico del “Foro Gioacchino” completato nel 1815.

Con il rientro della corona spagnola, il re Ferdinando IV decise di costruire la Basilica reale pontificia di San Francesco di Paola, così il progetto precedente viene fermato e cambiato. L’edificio fù progettato dall’architetto svizzero Pietro Bianchi, che riprese l’idea del suo predecessore ispirandosi al Pantheon di Roma, anche se fù obligato dal sovrano a non superare l’altezza del “Palazzo Reale”. La consacrazione avvenne nel 1846 e divenne subito un simbolo del neoclassicismo italiano, la facciata si compone di sei colonne ioniche in marmo di Carrara, l’architrave sorregge il timpano al cui interno si trovano la statua del santo di Giuseppe del Nero e la statua di “San Ferdinando di Castiglia” e della “Religione” entrambe opere dello scultore tedesco Heinrich Konrad Schweickle. La pianta circolare dell’interno porta l’attenzione a concentrarsi sulla cupola, tuttavia al suo interno sono custodite molte opere di importanti artisti, nè ricordiamo alcune: “Sant’Onofrio” di Luca Giordano,  la “Trinità” di Paolo De Metteis, “San Giovanni Battista” di Antonio Licata, il “Transito di San Giuseppe” di Camillo Guerra, il “Cristo crocifisso” di Tommaso De Vivo e il “Martirio di Sant’Irene” di Fabrizio Nenci. Per i dettagli vi rimandiamo ai link sotto l’articolo.

Percorrendo la pedamentina, una lunga e panoramica scalinata che ci porta sul colle del Vomero, giungiamo al Castel Sant’Elmo che prende il nome da un’antica chiesa dedicata a Sant’Erasmo. Tra le prime fortificazione a sorgere sul colle da cui è possibile controllare il golfo e l’intera città ci furono i normanni, che  qui costruirono una torre fortificata. Il castello che oggi vediamo fù eretto sul tufo giallo nel 1329 per volere di Roberto il Saggio su progetto di Francesco de Vico e Tino di Caimano, a cui sucedette Attanasio Primario e Balduccio de Bacza. Nel 1537 Carlo V commissionò i lavori di ricostruzione all’archietetto Pedro Luis Escrivà che gli diede la caratteristica pianta stellare a sei punte, priva di torrioni. Lo stemma all’ingresso porta le insegne di Carlo V mentre dodici feritorie puntano sul ponticello d’ingresso pronte ad intervenire qual’ora il ponte fosse in pericolo. Sul piazzale del castello si trova la chiesa dedicata a Sant’Erasmo costruita durante il domino spagnolo dall’architetto Pietro Prati nel 1547, per poi subire interventi successivi ad opere di Domenico Fontana. Dal XVII al XIX secolo divenne una prigione, mentre nel XX secolo venne adibito a carcere militare. Oggi l’intero castello è un museo ed è sede del Museo Napoli Novecento 1910-1980 in cui sono conservate le opere degli artisti cari alla città.

Altri monumenti li visitiamo in una breve passeggiata accompagnati dai nostri ciceroni, anche se ad un certo punto decidiamo di muoverci autonomamente, ed ecco allora che visitiamo l’elegante Galleria Umberto I del XIX secolo e il Maschio Angioino. Di quest’ultimo edificio ammiriamo il portale d’ingresso, vero gioiello rinascimentale della città, voluto dal re Alfonso d’Aragona e attribuito allo scultore Francesco Laurana. D’ispirazione classica il monumento descrive un corteo regale nella parte inferiore affiancato da due colonne ioniche, mentre nella parte superiore vi sono collocate le statue delle quattro virtù: Temperanza, Giustizia, Fortezza e Magnanimità.

Concludiamo la nostra escursione sulla riviera di Chiaia per ammirare l’antico Castel dell’Ovo che sorge sul luogo dove venne fondata l’antica Parthenope e dove nel I sec. a.C. si trovava la splendida villa romana di Lucio Licino, anche questo monumento come tanti altri della città se potesse parlare chissà quanti segreti avrebbe da raccontarci. L’unico museo che riusciamo a visitare è il Museo Archeologico Nazionale, che conserva oltre a preziosi reperti dell’arte classica, una collezione incredibile delle opere rinvenute nell’area vesuviana che ci permette di completare con la visita degli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano il nostro reportage con grande soddisfazione.

La Redazione.
Link ufficiali:

Città di Napoli – Wikipedia

MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Palazzo Reale

 
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Hagen, Kassel, Kaufungen, Bremen (Germania)

Written by infomuseum. Posted in Articoli Reportage

Hagen, Kassel, Kaufungen, Bremen (Germania).
visitate nell’aprile 2015.

Durante il nostro viaggio in Germania, oltre alla capitale che raccontiamo nel “Reportage Berlino”, visitiamo anche le città di Hagen, Kassel e Bremen, per pochi giorni abbiamo avuto la possibilità di compiere brevi sopralluoghi passeggiando a testa alta e con un occhio sempre nell’obbiettivo, pronti a fotografare i monumenti, i musei e le architetture per noi più sorprendenti.

Hagen.

E’ una piccola cittadina situata nella regione di Renania Settentrionale-Vestfalia, ci fermiamo solo per una notte per motivi di trasporto, la linea ferroviaria ha subito alcuni danni a causa di un forte temporaale per cui non è possibile proseguire fino a Kassel. Cerchiamo un albergo per la notte e ci concediamo una passeggiata per il centro cittadino, molto curato e moderno nelle architetture. Fino all’ VII secolo d.C. la città si chiamava Hagini ed era un feudo degli arcivescovi di Colonia, solo nel 1718 divenne una città, con un economia principalmente industriale assumendo anche un ruolo di rilievo come centro per i trasporti. Tra i monumenti che abbiamo avuto modo di vedere ricordiamo la vecchia “Chiesa di San Giovanni” e il comune ovvero la “Rathaus” costruiti nello stile tipico di queste zone della Germania con forti riferimenti al mondo gotico.

Kassel.

Giungiamo a Kassel dove saremo ospiti per pochi giorni da alcuni nostri cari amici. La città che fino al 1926 si chiamava “Cassel” che significa Castellum Cattorum, sorge sul fiume Fulda nella regione dell’Assia un tempo terra della tribù dei Chatti. Citata per la prima volta nel 913 in due documenti del re Corrado di Franconia, essa veniva indicata sulle mappe come Chasella, ovvero una fortificazione sul fiume Fulda, nel 1189 Kassel diventa finalmente una città. Nel corso del VI secolo divenne un centro importante del Protestantesimo, per proteggersi dagli attacchi dei nemici cattolici si cominciarono a costruire robuste fortificazioni. Dopo la breve parentesi del dominio napoleonico nel 1813 la città ritornò libera, pur cessando di essere una residenza dei principi divenne un centro industriale nonchè snodo ferroviario molto importante. Durante la seconda guerra mondiale fù pesantemente bombardata dall’aviazione inglese che rase al suolo praticamente l’intera città, infatti la ricstruzione degli edifici storici a parte qualche caso sporadico non venne effettuata e gran parte degli edifici moderni vennero costruiti proprio negli anni cinquanta.

Visitiamo il bellissimo il “Palazzo Wilhelmshöhe” del  dal 2013 patrimonio mondiale dell’UNESCO. Costruito nel 1786 dal Langravio Guglielmo IX di Assia-Kassel nel mezzo di un bellissimo parco sui colli fuori dalla città. Non riusciamo a visitare L’ “Oktagon” e fotografiamo solo da lontano la statua copia dell’ “Ercole Farnese”di Lisippo del IV secolo a.C. che abbiamo visto nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Dal 1976 il palazzo è la sede del “Museum Schloss Wilhelmshöhe”

Al piano terra si trova la collezione d’arte antica (Antikensammlung) con reperti dell’ Egitto e delle civiltà greco-romane, ricordiamo i modellini in legno di alcuni monumenti dell’antica Roma e le ricostruzioni a colori della statuaria greca, tra cui l’ “Apollo di Kassel” che si trova proprio in queste sale. Nei piani superiori si trova la pinacoteca dei maestri antichi (Staatliche Kunstsammlungen), nelle eleganti stanze che affacciamo sul parco che circonda il museo, ammiriamo le opere degli olandesi Rubens, Van Dyck, Frans Hals, Rembrandt, degli artisti francesi Poussin, Simon Vouet, della scuola spagnola con Murillo e di quella italiana con il “Ritratto di condottiero” del grande Tiziano.

Kaufungen (Kassel).

Poco fuori Kassel appena 30 minuti in treno si trova la vecchia cittadina Kaufunghen, un insieme di case e fattori oggi in gran parte restaurate. Ed in questo piccolo paese di campagna sul fiume Losse che ci divertiamo a fotografare una piccola “Chiesa evangelica” molto umile e austera costruita nel 1530 circa con pietra locale, al suo lato si trova una lapide della tomba di John Werner, nell’iscrizione si legge: “… sotto questa pietra riposa J.W. (…) nato nel 1647 , visse sposato con Elisawetha nata a Kersten , ebbero 12 figli, 7 maschi e 5 femmine”, morì nel 1722 all’età di 75 anni”.

Bremen.

La città di Bremen è l’ultima nostra meta prima della partenza per Berlino, siamo a nord della Germania nella Bassa Sassonia, sulle rive del Weser a pochi chilometri dal Mare del Nord. Brema oggi si presenta in ottima forma, con un magnifico centro storico ricco di monumenti e opere d’arte che ne fanno una delle città più turistiche della Germania. In epoca antica era nota con il nome di Fabiranum ed era abitata dai Chauci che si mischiarono con i Sassoni che arrivarono nel III secolo, furono proprio quest’ultimi a scontrarsi con Carlo Magno, re dei Franchi durante le cosidette guerre sassoni tra il 772 e l’804, durante il XII secolo Brema acquisì uno stato legislativo autonomo e se pur con vicende alterne la mantenne fino al XIV secolo. Purtroppo oggi il centro storico conserva pochissimi degli edifici passati, durante la secondo guerra mondiale in seguito al pesamte bombardamento da parte degli alleati andò distrutto per sempre l’85% del centro storico più 3562 persone morte.

Tuttavia è una città che ci affascina moltissimo, e in questo Reportage vogliamo portare con noi il ricordo della bellissima “Cattedrale di San Pietro”, concepita nel XI secolo in stile romanico nel corso dei secoli venne rimodellata secondo i canoni gotici, poi ampliata nel XIV secolo sino al XX secolo. L’arcivescovo Albert (1043-1072) che si occupo della ricostruzione dopo l’incendio del 1041 trasse ispirazione dalla cultura mediterranea tra cui il “Duomo di Benevento” per lo stile architettonico della nuova cattedrale, per questo motivo sono documentate la presenza nei cantieri di artisti lombardi. Durante il ‘200 l’edificio subì ulteriori modifiche per ricostruirlo secondo il nuovo stile che si affermava in Europa settentrionale, ovvero il Gotico, con l’inserimento della volta a crociera, del rosone e delle due torri laterali e il mancanza della pietra l’uso del mattone, ancora oggi la cattedrale è uno degli edifici storici in mattoni più grande d’Europa. Con il diffondersi della protesta luterana la basilica nel XVI secolo fu abbandonata per essere riaperta solo nel 1638 adibito a luogo di culto luterano mentre in tutte le altre chiese della città si praticavano culti calvinisti. Con la riconciliazione tra la congregrazione calvinista e luterana del 1873 portò ad un maggior interesse dell’opinione pubblica sull’antico edificio che venne nuovamente ristrutturato dal 1888 al 1901 in stile neoromanico sulle direttive di Max Salzmann. Anche durante il secondo conflitto mondiale la cattedrale subì gravissimi danni sia all’interno che nella struttura esterna che fu ricostruita nel 1950 e tra gli anni 1972-1981 in stile tardogotico.

Nella medesima piazza si trova anche il “Municipio” della città, costruito all’inizio del XV secolo e modificato nel XVII secolo ad opera dell’architetto Lüder von Bentheim, l’edificio insieme alla “Statua di Rolando” del 1404 è inserito dal 2004 nella lista patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Consigliamo una passeggiata nel centro storico dove è possibile ammirare alcuni scorci (spesso ricostruiti nel dopo guerra) dell’architettura baltica e tipica di questa zona della Germania.

La Redazione.
Link consigliati:

Kassel – Wikipedia

Bremen – Wikipedia

Comune di Brema

 

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